L’ALTRO ME: una critica di Jacqueline Ceresoli

Durante la mia mostra L'altro me la critica d'arte Jacqueline Ceresoli ha scritto questo testo per raccontare la mia opera:

Cosa stiamo guardando e chi guarda cosa?  Osserviamo processi di identificazione, trasformazione, metamorfosi o forse una paradossale messa in scena di alterità?

 

E ancora, quale intimità ambigua si instaura tra me e l’altro da me, il lato maschile e quello femminile, non esiste un'unica risposta, ma da questo psyco-thriller, Miriana Gamiddo (1993) trasforma il proprio mondo interiore in stadi di rappresentazione di evoluzione d’identità, da donna a uomo, come una investigazione rigorosa di osmosi possibili tra il suo ritratto con quello di sua nonna o madre, e anche di sua sorella, nell’attesa di riconoscersi. Un anomalo reportage composto da oltre ottanta immagini (realizzate tra il 2015 e il 2016) incentrato sull’elaborazione di foto formato tessera, sperimentando tecniche sofisticate come gum print, la cianotipia con stampa a contatto, emulsione fotografica su supporti di carta color avorio, quella utilizzata per le incisioni. Anche la stampa digitale Uv è stata realizzata su carta giapponese e l’immagine si origina dalla scansione di tutte le carte da lucido precedentemente in camera oscura. Questo interessante mix di pratiche analogiche e digitali insieme, ruotano intorno al tema dell’oggettività violata, riformulano icone di un’identità sfuggente, attraverso il riconoscimento di un altro da sé in fase camaleontica. Il tema del cambiamento di identità è stato praticato dagli artisti delle neoavanguardie del secondo novecento fino ad oggi, complice prima la pittura, poi la fotografia e il video, la body art fino al selfie artistico. Il ciclo di opere esposte, selezionate dall’autrice, coniuga l’aspetto sintetico e analitico con l’obiettivo di valorizzare alcuni impercettibili dettagli che a noi spettatori ignari sfuggono. Il pregio della fotografia consiste nel fatto che può ricostruire il simbolico del reale, secondo il modello della pittura, come forma di prelievo e presentazione di contraddittorie duplicità, come si vede nelle opere esposte di Miriana Gamiddo, giocata su una sorta di diario visivo in bilico tra realtà e finzione. L’elaborazione fotografica come elemento di manifestazione della psiche mutante, in cui il rapporto tra io/tu (lo spettatore) e l’altro è al centro della sua indagine, in cui il divenire, il transito dall’interiorità indagata a una ambiguità rappresentata, attraverso la macchina fotografica l’autrice guarda all’interno dello suo sguardo, giocando con la propria immagine.

Negli anni Settanta la ricerca d’identità è il tema cult come presupposto concettuale attraverso la macchina fotografica. In particolare Urs Luthi ha intrapreso un percorso di sperimentazione della propria identità ambigua e molteplice attraverso una serie di immagini in cui l’artista cambia volto, appare maschile o femminile, in Self Portrait (1974), in cui le trasformazioni sono destinate alle pose statiche della fotografia, e l’artista si misura con l’autoritratto: genere classico della storia dell’arte con l’obiettivo di mettere in discussione l’idea di un’identità unitaria e stabile.

L’autrice scardina ulteriormente le regole dell’autorappresentazione, fino al punto in cui chiunque osservi le sue opere vede un’altritudine impercettibile. Sono immagini dense di risvolti simbolici e culturali, in cui non soltanto il suo volto è materiale della sua ricerca artistica, ma anche le tecniche adottate danno corpo a rivisitazioni del ritratto, in chiave originale, senza retorica. Dietro il suo sguardo si cela una poetica melanconica che ruota intorno al concetto del tempo, perduto, ritrovato o cristallizzato in un eterno presente?

Chissà, al pubblico spetta l’ardua sentenza!

Jacqueline Ceresoli

Published in Eventi e Mostre
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